Merano, la città che ha brindato al futuro

Merano WineFestival 2025

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Merano, per cinque giorni, ha smesso di essere una tranquilla cittadina termale.
Dal 7 al 10 novembre, si è trasformata in un caleidoscopio di calici, profumi e visioni: un luogo dove il vino non si limitava a essere versato, ma raccontato, discusso, persino sognato.
La 34ª edizione del Merano WineFestival ha avuto come filo conduttore la parola “Vision” e mai tema fu più azzeccato.
Perché ciò che si è visto (e assaggiato) al Kurhaus e lungo il Passirio non è stato un semplice evento enogastronomico, ma un manifesto di creatività, sostenibilità e coraggio.

Un’edizione da record

I numeri hanno parlato chiaro: oltre 1300 aziende, più di 2000 vini in degustazione, 31 masterclass, 12 showcooking e decine di appuntamenti tra incontri, talk e premiazioni.
Il Kurhaus è tornato a essere il cuore pulsante del festival: elegante come sempre, ma attraversato da un’energia contagiosa.
Ogni sala vibrava di voci, domande, risate e di quell’inconfondibile tintinnio di calici che, a Merano, suona quasi come una colonna sonora.

Eppure, nonostante l’imponenza, l’atmosfera restava intima, familiare, umana.
Perché qui il vino non è solo materia prima o business: è identità, memoria e racconto.
Lo si percepiva nei dialoghi tra produttori e visitatori, nei sorrisi stanchi ma soddisfatti dei vignaioli, e persino nel modo in cui le persone si soffermavano davanti a una bottiglia come davanti a un’opera d’arte.

Kurhaus
Kurhaus

L’apertura è stata affidata a TasteTerroir – bio&dynamica, la sezione più filosofica e “terra-centrica” dell’intero evento.
Protagonisti i vini biologici, biodinamici, naturali, PIWI, orange, underwater e persino le nuove sperimentazioni a basso o nullo tenore alcolico.
Un mondo in fermento, dove la tradizione incontrava la scienza e la curiosità diventava metodo.

Camminando tra i banchi, si percepiva chiaramente che il futuro del vino passava da qui: dal rispetto del suolo, dall’attenzione all’ambiente, dal desiderio di raccontare un terroir senza forzarlo.
Accanto a questa sezione, il format Cult Oenologist ha reso omaggio a dieci enologi italiani capaci di unire tecnica e visione, scienza e poesia. Persone che, in silenzio, stavano riscrivendo il linguaggio del vino con una sensibilità nuova.

The Festival – il Kurhaus come palcoscenico del gusto

Da sabato a lunedì, il Kurhaus si è trasformato in un vero e proprio teatro del piacere.
Nei suoi saloni liberty, oltre 350 produttori provenienti da 9 Paesi hanno presentato il meglio della produzione mondiale, divisi tra le aree Wine Italia e Wine International.
Non si trattava solo di degustare, ma di viaggiare: un bicchiere alla volta, tra Dolomiti e Georgia, Langhe e Bordeaux, Toscana e California.

Tra una chiacchiera e l’altra, non mancavano momenti simbolici:
la presentazione della Guida Vinibuoni d’Italia 2026, il Premio Godio agli chef visionari e l’entusiasmo dei giovani studenti di enologia che osservavano tutto con occhi pieni di sogni.
Si respirava quella sensazione rara di trovarsi nel posto giusto, al momento giusto, circondati da persone che credono ancora nella bellezza del fare bene le cose.

GourmetArena – il gusto si mette in mostra

Fuori, sulle rive del Passirio, la GourmetArena raccontava un’altra parte d’Italia: quella fatta di mani, farine, formaggi e sorrisi.
Oltre 130 produttori artigianali hanno portato in scena il meglio delle tradizioni regionali, trasformando ogni banco in una piccola storia di famiglia.
Tra le novità più fotografate, le nuove interpretazioni dei prodotti tipici: pane al vino, formaggi affinati in barrique, salumi alle erbe alpine, dolci ispirati al Moscato.

GourmetArena
GourmetArena

Lì si poteva assistere agli showcooking dal vivo, con chef provenienti da tutta la penisola, veri funamboli del gusto che, tra una battuta e una fiamma, trasformavano ingredienti semplici in poesia.
L’atmosfera era un perfetto equilibrio tra fiera di paese e alta cucina: un’ode al piacere di stare insieme, con il naso all’insù e un calice in mano.

Le premiazioni: quando il talento si veste di eleganza

Come ogni anno, le luci del Teatro Puccini hanno illuminato il lato più solenne (e scintillante) del festival.
Sul palco sono stati consegnati i WineHunter Platinum Awards, riconoscimento massimo per le etichette che rappresentano l’eccellenza assoluta tra vino, cibo, birra e distillati.
A seguire, i premi Cult Oenologist, gli Honour Awards dedicati all’Innovazione, al Territorio, alla Famiglia e alla Genialità, e le ambitissime WineHunter Stars, che hanno incoronato otto protagonisti del mondo enogastronomico.

Tra questi, volti noti e personalità d’eccezione: Franco Bernabei, Sebastien Ferrara, Andrea Bocelli, Eleonora Cozzella, Alessandro Regoli, Barbara Schweizer, Antonino Cannavacciuolo e James Suckling.
Una parata di talento, passione e visione, che ha trasformato il teatro in una passerella di applausi, brindisi e un pizzico di commozione.

Il Summit “Respiro e Grido della Terra”

Ma il Merano WineFestival non viveva solo di piaceri del palato.
Il Summit scientifico “Respiro e Grido della Terra” ha riunito esperti, scienziati, giornalisti e produttori per discutere i temi che definiscono il futuro del settore: sostenibilità, innovazione, cambiamento climatico, ricerca e agricoltura rigenerativa.
Non un semplice convegno, ma una vera chiamata all’azione.

Il tema “Food Creators” è diventato così un ponte tra tradizione e modernità, tra etica e gusto, tra quello che siamo e ciò che vogliamo diventare.

Uno sguardo oltre Merano

Anche quest’anno il festival ha confermato la sua vocazione internazionale grazie al WineHunter Buyers’ Club, all’ICE Buyers Area e alle partnership globali che hanno visto la Georgia, culla del vino, come protagonista.
Un segnale chiaro: Merano è sempre più un crocevia tra culture, business e bellezza.
Un luogo dove l’eleganza incontra l’autenticità e il futuro del vino prende forma tra un calice e una stretta di mano.

Quando le luci si sono spente e i calici si sono svuotati, è rimasto quel profumo inconfondibile di mosto, di pane caldo e di entusiasmo.
Merano ha dimostrato ancora una volta che il vino non è solo un prodotto, ma un’esperienza collettiva.
Un ponte tra chi lo crea e chi lo vive, tra chi lo racconta e chi semplicemente lo assapora.


Vinibuoni d’Italia 2026 – Quando le radici diventano racconto

In mezzo a questo vortice di calici, incontri e scoperte, ci sono stati momenti che hanno acceso i riflettori sulle radici più profonde del vino italiano.
Il più intenso si è svolto, ancora una volta, al Teatro Puccini.

Teatro Puccini
Teatro Puccini

Sabato 8 novembre, nel cuore del Merano WineFestival, il teatro ha cambiato profumo.
Non più solo note di Champagne o barrique, ma un aroma di storia, di territorio e di orgoglio italiano.
È stato qui che il Touring Club Italiano ha presentato in anteprima la nuova edizione di Vinibuoni d’Italia 2026, l’unica guida interamente dedicata ai vini da vitigni autoctoni.
Un evento atteso, rispettato e, diciamolo pure, sentito come una festa di famiglia da chi il vino lo vive come parte della propria identità.

Teatro Puccini
Teatro Puccini

Il teatro, da poco restaurato, era pieno di produttori, giornalisti, sommelier, appassionati e curiosi.
C’era un’aria quasi solenne, ma allegra, come quando si sa che si sta per assistere a qualcosa che va oltre la semplice premiazione.
Sul palco, Mario Busso e Alessandro Scorsone, curatori della guida, hanno dato il via alla cerimonia con quella combinazione rara di competenza e leggerezza che riesce a far sentire tutti parte dello stesso racconto.

Il momento clou è stato la consegna dei riconoscimenti ai TOP 300, i migliori vini da vitigni autoctoni e spumanti Metodo Classico italiani, selezionati tra le etichette che hanno ottenuto la Corona durante le finali nazionali.
Un viaggio ideale attraverso l’Italia del vino, dal Nebbiolo al Nero d’Avola, dal Vermentino al Gaglioppo, passando per nomi noti e piccole gemme di territori dimenticati.

I produttori premiati si sono alternati tra sorrisi, emozione e racconti che spesso dicevano più di mille parole.
Alcuni avevano mani segnate dal lavoro, altri giacche impeccabili da sommelier, ma tutti avevano in comune una cosa: la consapevolezza che dietro ogni bottiglia c’è una storia, e dietro ogni storia un pezzo d’Italia.

I premi speciali: quando il vino incontra l’etica

Accanto ai TOP 300, sono stati consegnati anche i premi speciali, nati per valorizzare chi nel mondo del vino porta avanti idee coraggiose.
Il Premio Michele D’Innella, realizzato in collaborazione con Rastal, è stato conferito all’associazione G.R.A.S.P.O., impegnata nel recupero dei vitigni abbandonati: un lavoro silenzioso, quasi archeologico, che salva la biodiversità e restituisce voce alle radici più autentiche del nostro patrimonio viticolo.

Premiazione Cantina di Cremisan
Premiazione Cantina di Cremisan

Il Premio Ecofriendly, sostenuto da Amorim, Verallia e Repower, ha invece premiato le aziende che hanno saputo trasformare la sostenibilità in un modello concreto, non in uno slogan.
Poi il Premio Eticork, sempre di Amorim, dedicato a chi porta avanti progetti etico-sociali con il vino come strumento di solidarietà.
Infine, il Premio Vinovisioni, assegnato al VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) per la campagna Territori diVini e il sostegno alla Cantina di Cremisan in Palestina: un progetto che legava il Mediterraneo attraverso la vite, dimostrando che il vino può anche essere un linguaggio di pace.

Dopo la cerimonia, il teatro si è sciolto in un clima più conviviale.
Nei saloni adiacenti, i presenti hanno potuto degustare i vini premiati, insieme ad alcune etichette della stessa Cantina di Cremisan, accompagnati da eccellenze gastronomiche partner della guida: Grana Padano DOP e Salumi Levoni.
Un abbinamento semplice ma perfetto, capace di ricordare che la bellezza del vino è anche nella condivisione.

C’era chi prendeva appunti, chi faceva domande ai produttori e chi semplicemente si lasciava trasportare dal piacere del momento.
Io mi sono ritrovato a pensare che, in fondo, in quel teatro non si celebravano solo bottiglie: si celebrava la nostra identità, quella che nasce da un terreno, da un profumo e da una passione tramandata.

Una guida che racconta l’Italia del vino

La nuova Vinibuoni d’Italia 2026 si è presentata con una veste grafica rinnovata e, come sempre, con un contenuto monumentale.
Sono stati degustati oltre 35.000 campioni, recensiti 6.610 vini, rappresentate 1.933 aziende (di cui il 27% nuove presenze).
Un lavoro titanico, costruito con metodo e cuore, che attraversa 23 capitoli regionali, più due sezioni dedicate al Brda sloveno e all’Istria croata, senza dimenticare Perlage Italia, la sezione che celebra gli spumanti Metodo Classico italiani, ormai protagonisti nel mondo.

Vinibuoni d’Italia
Vinibuoni d’Italia

Quest’edizione ha ospitato anche un focus inedito sul Vermouth di Torino, primo vino aromatizzato italiano ad avere una tutela IGP ufficiale: un omaggio alla tradizione piemontese e al fascino discreto di un prodotto che sta vivendo una nuova rinascita.

Parallelamente alla presentazione ufficiale, all’interno della GourmetArena del Merano WineFestival ha debuttato il tour 2026 di Enoteca Italia, il grande banco di degustazione dedicato ai vini selezionati dalla guida.
Più di 200 etichette hanno offerto un assaggio concreto della ricchezza vitivinicola italiana: un caleidoscopio di profumi, accenti, dialetti e territori, dal Friuli alla Sicilia, dall’Abruzzo alla Sardegna.
Camminare tra quei banchi era come attraversare l’Italia a piccoli sorsi.

Vinibuoni d’Italia
Vinibuoni d’Italia

Da oltre vent’anni, Vinibuoni d’Italia non è solo una guida: è un modo di viaggiare.
Tra le sue pagine, infatti, non si trovano soltanto recensioni e punteggi, ma anche itinerari, cantine visitabili, strutture con ospitalità, percorsi ecosostenibili e servizi dedicati ai cicloturisti e ai viaggiatori più curiosi.
Un ponte tra vino e turismo, tra cultura e accoglienza, che parla direttamente a chi ama scoprire l’Italia attraverso ciò che riempie i calici e, spesso, anche l’anima.

Quando la cerimonia si è conclusa, il pubblico si è alzato in piedi.
Un applauso lungo, sincero, più per la passione che per l’etichetta.
Perché se il vino è cultura liquida, Vinibuoni d’Italia è la sua mappa: una bussola che ogni anno ci ricorda quanto sia vasto e sorprendente il nostro patrimonio enologico.


Gourmet & Wine Experience – Sapori che raccontano storie

Se il Kurhaus era il cuore del Merano WineFestival, la GourmetArena era la sua anima più carnale.
Lì, tra profumi intensi, coltelli che affettavano al ritmo di risate e calici che scintillavano sotto le luci, si scoprivano storie di passione, artigianalità e territorio.
Ogni banco aveva qualcosa da dire, e ogni produttore sembrava un narratore con il grembiule al posto del microfono.

Tra bufale e bresaole d’autore – L’Italia che si affetta con eleganza

Nella GourmetArena di Merano non serviva un navigatore: bastava seguire l’olfatto.
Lungo il corridoio centrale, tra il profumo di formaggi fusi e di pani appena tagliati, c’era un banco che attirava la gente come un faro: quello del Ceppo Picentino, una piccola azienda campana che ha deciso di reinventare un grande classico.

Ceppo Picentino – La mortadella che profuma di bufala

Fondata nel cuore dei Monti Picentini, a San Cipriano Picentino, questa realtà familiare è cresciuta accanto ai pascoli dove le bufale vivono all’aperto e l’erba profuma di sole.
La loro mortadella di bufala era la prima cosa che si sentiva, ancora prima di vederla: un aroma intenso, dolce e quasi sensuale.
Non una semplice rivisitazione, ma un piccolo colpo di genio gastronomico, una reinterpretazione campana della tradizionale mortadella bolognese.

Ceppo Picentino
Ceppo Picentino

Realizzata con carne di bufala e grasso di maiale nero, raccontava una Campania fiera e creativa, capace di fondere due anime opposte: quella rustica e quella raffinata.
La carne di bufala dava corpo, personalità, un tocco più selvatico; il maiale nero, con il suo grasso nobile e dolce, aggiungeva rotondità e setosità.
Il risultato era un equilibrio perfetto tra forza e gentilezza.
Un prodotto che, fetta dopo fetta, sapeva di pascolo, di vento, di antichi mestieri tramandati.
Ceppo Picentino si è distinto per la capacità di portare l’artigianalità locale in un contesto d’eccellenza nazionale: un’azienda che non si limita a fare salumi, ma racconta la sua terra con uno stile sincero e contemporaneo.

Giò Porro – Il tempo come ingrediente segreto

Poco più avanti, un banco scintillante di eleganza minimalista faceva tutt’altro tipo di richiamo.
Niente profumi invadenti o colori sgargianti: solo confezioni sobrie, argento e nero, e il nome Giò Porro, inciso come un sigillo d’autore.
Dietro quella discrezione si nascondeva una storia lunga oltre 130 anni.

Giò Porro
Giò Porro

Tutto era iniziato a Lecco nel 1893, quando Giovanni Porro aveva aperto la sua prima bottega, spinto dall’idea che la carne dovesse essere rispettata, non manipolata.
Quella filosofia, “pochi ingredienti, ma buoni e onesti”, è diventata il marchio di fabbrica di una norcineria di lusso che oggi esporta l’arte dell’affinamento lento in tutta Italia e all’estero.
La famiglia Porro, oggi alla quarta generazione, ha fatto della ricerca e dell’etica produttiva la propria identità, scegliendo solo carni da allevamenti selezionati e mantenendo la lavorazione manuale.

A Merano hanno portato due prodotti che da soli spiegavano tutto:
il prosciutto di bovino “Alpen”, proveniente da allevamenti altoatesini, e la bresaola di Wagyu “Zero”, completamente priva di nitriti aggiunti.
Due mondi opposti, un’unica idea di perfezione.

Il prosciutto “Alpen” aveva una delicatezza quasi montana: profumo leggero, sapore elegante, un finale che ricordava la purezza dell’aria da cui proveniva.
La bresaola “Zero”, invece, era un inno alla ricchezza: carne marezzata, consistenza setosa, un gusto profondo che restava a lungo.
Il segreto? Il tempo.
Perché da Giò Porro il tempo non è un costo, ma un ingrediente: ogni fetta nasce da settimane, a volte mesi, di pazienza e controllo.

Unendo artigianalità lombarda e raffinatezza internazionale, l’azienda è diventata sinonimo di eccellenza slow, capace di unire la concretezza del Nord e la passione del Sud in un ideale abbraccio gastronomico.


Vini veneti, cuori ribelli – Tra la potenza di Ripa della Volta e la poesia di “A mi manera”

Ci sono banchi al Merano WineFestival che non hanno bisogno di richiamare l’attenzione: la conquistano da soli, un calice alla volta.
È quello che è successo davanti a due realtà venete tanto diverse quanto complementari: Ripa della Volta e A mi manera, due modi di interpretare il vino che, pur distanti per stile, avevano in comune una verità semplice: fare le cose a modo proprio.

Ripa della Volta
Ripa della Volta

Ripa della Volta

– La Valpolicella che ha trovato la sua voce

Il banco di Ripa della Volta era un piccolo angolo di Verona in mezzo all’Alto Adige.
Una cantina giovane, nata con un approccio moderno e coraggioso, ma con il rispetto profondo di chi conosce la storia e non teme di darle una nuova forma.
Dietro a quelle bottiglie dal design pulito e contemporaneo si nascondeva una visione limpida: restituire alla Valpolicella la sua anima più sincera, fatta di equilibrio, profondità e carattere.

I loro vini con il WineHunter Award 2025, l’Amarone della Valpolicella DOCG 2019 e il Soave DOC 2024, ne erano la prova.
L’Amarone aveva la struttura che ti aspetti, ma senza ostentazione: elegante, complesso, con note di amarena sotto spirito, spezie dolci e un finale lunghissimo, vellutato, quasi carezzevole.
Un vino che non urlava la sua grandezza, la sussurrava.

Il Soave DOC 2024, invece, giocava tutto sull’eleganza: profumo di fiori bianchi, mandorla amara e agrumi sottili, per un sorso dinamico e pulito che invitava subito al successivo.

Mentre ascoltavo il racconto del produttore, mi ha colpito una frase semplice ma perfetta:
«Non vogliamo fare vini per impressionare, ma per tornare a casa con la voglia di un altro bicchiere».
In quel momento ho capito che la forza di Ripa della Volta stava proprio lì: nel non voler piacere a tutti, ma nel restare fedeli al proprio gusto, senza compromessi.

A mi manera – Il vino che parla veneto, ma con accento dell’anima

A pochi passi da lì, un altro banco raccontava il Veneto in modo completamente diverso: più intimo, più istintivo, quasi poetico.
Il nome diceva già tutto: A mi manera, “a modo mio”.
Una dichiarazione d’intenti che sembrava racchiudere tutta la filosofia della cantina.

A mi manerà
A mi manera

Ogni bottiglia — dal Pinot Nero biologico al Tai in anfora, dal Rosso Veneto naturale al dolce Dulce — sembrava nata non per seguire le regole, ma per rispettare la natura.
I tappi incisi a mano, le etichette essenziali e il racconto pacato dei produttori trasmettevano un senso di autenticità raro.

Non cercavano di convincere nessuno, semplicemente condividevano ciò che erano: una piccola realtà indipendente che credeva nella forza del tempo e nella purezza della materia prima.
I loro vini erano come chi li faceva: diretti, sinceri, imperfetti nel modo giusto.

Il Rosso in anfora aveva un’energia primordiale, un profilo terroso e caldo che profumava di cantina vera, di mani che lavorano.
Il Tai, fresco e profondo allo stesso tempo, univa l’eleganza di un bianco del Nord alla rusticità delle colline venete.
E poi c’era il Dulce, vino dolce e vellutato, dal profumo di miele e fiori secchi: l’abbraccio finale che chiudeva l’assaggio con un sorriso.

Chi li produce lo fa senza ansia di apparire, ma con una cura quasi spirituale.
Parlando con loro, si capiva che il loro “modo di fare” non era una posa: era una filosofia di vita.
A mi manera non inseguiva le mode, ma il silenzio della terra, la voce dell’anfora, la verità del tempo.


Ales Victoria – Il Brasile con l’anima italiana che ha incantato Merano

Tra un calice di Amarone e uno di Soave, mi sono imbattuto in qualcosa che non mi aspettavo: un banco che profumava di Sud America e parlava… italiano.
La cantina Ales Victoria, arrivata dalla Vale dos Vinhedos, è stata una delle sorprese più affascinanti di questa edizione del Merano WineFestival.
La loro presenza non passava inosservata: eleganza brasiliana, accento veneto e un entusiasmo contagioso che faceva dimenticare per un momento di essere in Alto Adige.

La Vale dos Vinhedos, nel sud del Brasile, non è una valle qualunque: è la culla del vino brasiliano, responsabile del 90% della produzione nazionale e prima Denominazione di Origine Protetta del Paese.
Colline morbide, aria fresca della Serra Gaúcha e una cultura del vino importata più di un secolo fa dagli immigrati italiani, che hanno portato con sé vitigni, saperi e una certa ostinazione nel fare bene le cose.

È da questa eredità che, nel 2004, nasce Ales Victoria, quando Aldemir Dadalt e Deborah Villas-Bôas Dadalt decidono di rilevare la storica Spa do Vinho per trasformarla in qualcosa di unico: non solo una cantina, ma un complesso enoturistico di livello internazionale, il primo del Brasile.
Da allora, la struttura si è sviluppata su 21 ettari nel cuore della valle, ospitando un hotel di lusso, sei ristoranti, un moderno centro eventi, una cantina da 40 mila bottiglie e una delle più grandi spa di vinoterapia al mondo.

Aldemir Dadalt e Deborah Villas-Bôas Dadalt
Aldemir Dadalt e Deborah Villas-Bôas Dadalt

Un luogo dove il vino non si degusta soltanto: si vive, si respira e persino ci si cura con esso.
Gli estratti polifenolici delle uve locali vengono infatti trasformati in prodotti cosmetici brevettati per i trattamenti della Vino.Spa, dimostrando che qui nulla si spreca: ogni grappolo lascia un segno, anche fuori dal bicchiere.

La filosofia della casa è semplice ma ferrea: rispetto assoluto per il terroir, coltivazione sostenibile e interamente manuale e un’attenzione maniacale per l’identità del vitigno.
I vigneti, condotti secondo le regole rigide della D.O. Vale dos Vinhedos, si concentrano su varietà come Merlot, Chardonnay, Pinot Noir, Tannat e Alvarinho.

E proprio il Merlot è diventato il portabandiera di Ales Victoria, tanto da essere definito “l’emblema della Vale dos Vinhedos”.
Durante la degustazione a Merano, due etichette hanno conquistato tutti:
Deorum 2018, insignito della medaglia d’oro WineHunter Award 2025, e Ales Merlot 2020, premiato con il sigillo rosso.

Il Deorum 2018, intenso, avvolgente e complesso, era un vino che raccontava il tempo e la pazienza: 12 mesi di affinamento in botti di rovere francese e americano, altrettanti in bottiglia, fino a raggiungere una profondità che non ci si aspetterebbe da un vino dell’emisfero sud.
Il Merlot 2020, invece, mostrava il lato più vibrante del terroir brasiliano: profumi di frutti di bosco maturi, spezie e quella inconfondibile nota mentolata che distingue i vini della valle.
Al palato era pieno, potente ma equilibrato, con tannini vellutati e un’acidità viva che rendeva ogni sorso sorprendentemente gastronomico.
Il legno c’era, ma con discrezione: a sostenere, non a dominare.

Ales Victoria
Ales Victoria

«Siamo una piccola cantina, ma con una grande visione», mi hanno raccontato con orgoglio.
«Produciamo tra le 60 e 80 tonnellate l’anno, concentrandoci su vini longevi, capaci di evolvere e raccontare il passare del tempo».

E in effetti, quei vini sembravano già avere una voce propria: il calore del Brasile e l’eleganza dell’Italia, fusi in un equilibrio naturale.

Non sorprende che il Wine Museum of Porto, in Portogallo, abbia scelto il Condomínio Vitivinícola Spa do Vinho – Ales Victoria per rappresentare la viticoltura brasiliana nel panorama mondiale: un riconoscimento che suggella anni di ricerca, sostenibilità e dedizione.

Ho capito che Ales Victoria non era lì solo per far conoscere un vino, ma per condividere una storia di ritorno alle origini.
Un racconto che partiva dal Rio Grande do Sul e arrivava dritto nel cuore dell’Italia, dove le radici dei primi emigranti hanno trovato, secoli dopo, la loro eco più gentile.
A Merano, tra un sorso e un sorriso, quel legame si è chiuso in cerchio: l’Italia che aveva insegnato a fare vino e il Brasile che ora glielo restituisce, con la stessa passione, ma sotto un sole diverso.


Merano: un mondo in un calice

Girare tra questi banchi è stato come fare un viaggio dentro l’Italia (e un po’ fuori).
Ogni assaggio diventava un piccolo incontro, ogni produttore un racconto a sé.
Dalla Campania all’Alto Adige, dal Veneto al Brasile, il comune denominatore era sempre lo stesso: la passione.
Quella che non si misura in premi o punteggi, ma nel modo in cui gli occhi dei produttori brillano quando raccontano la propria creazione.

La GourmetArena non era solo una vetrina: era un intreccio di storie, mani, profumi e sapori.
Un luogo dove anche una mortadella poteva diventare un messaggio di territorio e un bicchiere di vino un atto d’amore.

Uscendo, con il taccuino pieno di nomi e le papille ancora in festa, ho pensato che se il vino è cultura liquida, la cucina è il suo abbraccio solido.
E a Merano, ancora una volta, le due cose si sono incontrate alla perfezione, lasciandomi addosso la voglia di tornare a riempire il calice sotto il Kurhaus.

Si  precisa che strutture, aziende e/o enti pubblici citati non hanno corrisposto alcun compenso, bene materiale e/o altro in cambio di questo articolo.

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