Samarcanda è una di quelle città che ti fanno una cosa brutta: ti rovinano il concetto di “blu”.
Perché tu pensi: “ok, mosaici, cupole, roba instagrammabile”.
E invece arrivi e scopri che qui il blu non è un colore, è un’umore.
Ti entra negli occhi e resta lì, come quando torni dal mare e per giorni ti sembra di sentire ancora il sale sulla pelle.
Io ci sono arrivato con quella sensazione da “capitale leggendaria” in testa… e con un’altra sensazione molto più concreta nello stomaco: sono stanco, ho camminato, datemi acqua e un posto dove sedermi prima che mi trasformi in un tappeto persiano.
Poi succede.

Per il popolo italiano, Samarcanda è una famosa canzone di Roberto Vecchioni, anche i più giovani la riconosceranno sicuramente per ritornello “oh oh cavallo…”.
La canzone narra di un soldato che, sopravvissuto alla guerra appena finita, sta festeggiando lo scampato pericolo quando, all’improvviso, tra la folla vede una donna vestita di nero che lo guarda “con malignità”, personificazione della morte. Credendo che sia lì per lui, chiede al suo Re di dargli un cavallo per scappare e fugge via in un paese lontano (Samarcanda) ma, proprio in quel luogo, trova la morte ad attenderlo. Il destino ha voluto che il soldato sia scappato proprio dove la morte lo aspettava e di aver pertanto cooperato al proprio tragico destino.
La canzone è ispirata a una favola orientale presente nell’incipit del romanzo “Appuntamento a Samarra” di John Henry O’Hara e nelle “Storie di Maghrebinia” di Gregor von Rezzori (una storia simile è narrata nel Talmud).
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Il primo “colpo” non è un monumento: è l’effetto Samarcanda

C’è un momento in cui la città ti prende alla sprovvista.
Non perché non te l’aspettavi… ma perché non pensavi potesse esistere davvero.
La piazza (sì, quella famosa) non è “bella”.
È sproporzionata.
È come se qualcuno avesse detto: “Facciamo una scenografia da film, ma poi la lasciamo lì, nella vita vera”.
E la cosa assurda è che non ti viene voglia di fare subito mille foto.
Ti viene voglia di fare la cosa più strana del mondo nel 2026: stare fermo, guardare e respirare.
Che detta così sembra una frase da calendario motivazionale… ma giuro: Samarcanda te lo impone.
Se poi sei come me, dopo trenta secondi inizi anche il solito dialogo interiore:
“Ok, ora basta emozioni. Dove si mangia? E soprattutto: come si fa a non sembrare un turista con la faccia da ‘wow’ incollata addosso?”
Spoiler: non si fa.
Il bazar: quando i 5 sensi vanno in riunione e nessuno prende appunti

A Samarcanda c’è un bazar dove succede una cosa molto semplice: entri per “dare un’occhiata” e ne esci con:
- qualcosa da sgranocchiare
- qualcosa da regalare
- e la vaga consapevolezza di aver contrattato… senza sapere bene come.
Qui non compri solo spezie o frutta secca: compri il rumore, le voci, i coltelli che battono sul legno, i sacchetti che frusciano, il tè che gira come se fosse un rito sociale prima ancora che una bevanda.
E sai qual è il bello?
Che non ti senti “fuori posto”.
Ti senti solo… umano.
Uno che sta viaggiando sul serio, non uno che sta solo collezionando location.
Samarcanda non è solo “wow”: è anche “mi sento piccolo, ma va bene così”

Poi ci sono quei posti in cui abbassi la voce senza motivo, anche se sei all’aperto.
Perché ti rendi conto che stai camminando dentro una città che ha visto passare di tutto: carovane, imperi, terremoti, rinascite, e noi oggi ci passiamo con lo smartphone al 12% e la paranoia del powerbank.
Ed è lì che Samarcanda diventa interessante davvero: quando smette di essere un nome da sogno e diventa una città che ti dice, in modo molto elegante: “Tu sei qui da due giorni. Io sono qui da secoli. Però tranquillo… goditela.”
Il cibo: quando capisci che “sono pieno” è solo un’opinione

A un certo punto ovviamente arriva lui: il plov.
E qui non ti sto a fare il trattato gastronomico, ti dico solo questo: è il piatto perfetto per due categorie di persone:
- chi ha camminato tanto
- chi camminerà tanto dopo, per smaltirlo
È ricco, è serio, è conviviale.
E soprattutto: si mangia con quella felicità un po’ infantile che ti viene quando sei in viaggio e non devi dimostrare niente a nessuno.
La sera (e il “plot twist”)
La cosa più strana di Samarcanda è che cambia faccia senza chiederti il permesso.
Di giorno ti abbaglia. La sera ti ipnotizza.
E tu, che pensavi “ok, ho visto”, ti ritrovi a rifare la strada solo per rivederla con un’altra luce, come se stessi riguardando una scena perché la prima volta eri troppo preso a dire “no vabbè”.
E in quel momento capisci perché questa tappa è un classico della Via della Seta: non perché è famosa… ma perché ti resta addosso.

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