Tashkent è quella persona che arriva alla festa vestita bene, ti saluta con educazione e tu pensi: “Ok… carina, ma non mi farà impazzire.”
E poi dopo dieci minuti ti ritrovi a dire: “Aspetta… ma questa città è un mix assurdo.”
Dopo Khiva, Bukhara, Gijduvon e Samarcanda, la capitale sembra quasi un cambio di playlist: meno “Via della Seta da cartolina”, più metropoli vera. E infatti l’effetto è proprio quello: non ti abbaglia, ti sorprende.
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Un mix di suoni tradizionali e vibrazioni moderne, proprio come la capitale: antica e futurista allo stesso tempo.
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Arrivare in capitale: il viaggio che ti resetta la testa

A Tashkent ci si arriva con quel mood da “ultimo giorno”: stanchezza + felicità + la sensazione che ti manchi sempre un posto da rivedere “un’ultima volta”.
E invece, appena metti piede in città, capisci che qui si cambia scena. In modo netto.
C’è un lato moderno, ampio, quasi “da capitale”, e c’è il lato che ti ricorda che sei in Uzbekistan: dettagli islamici, cupole, cortili, atmosfera più raccolta.
È come se Tashkent ti dicesse: “Tranquillo, sono diversa… ma sono sempre parte del viaggio.”
Tashkent in 4 fotogrammi (quelli che mi sono rimasti addosso)

1) Il contrasto (che funziona)
Tashkent è antico e nuovo nello stesso respiro.
Non è il “gioiellino compatto” che giri a piedi in due ore: è una città che vive, si muove, cambia.
E per questo, paradossalmente, è una chiusura perfetta dopo le città leggendarie.
2) Un luogo che ti fa abbassare la voce
C’è un complesso religioso importante (quello che in molti inseriscono come tappa cittadina) e dentro trovi un’aria diversa: più solenne, più “seria”.
È uno di quei posti dove anche se non sei religioso, ti viene spontaneo avere rispetto, rallentare, osservare i dettagli.
3) La capitale “pratica”
Qui rientra quella cosa banale ma verissima: quando sei in una grande città, all’improvviso ti torna comodo tutto.
Strade più larghe, ritmi più urbani, sensazione di “ok, ora potrei anche viverci qualche giorno”.
4) La metropolitana (sì, lei)
E adesso lo dico: io ho un debole per le metro quando sono belle.
Quella di Tashkent è una di quelle che ti viene voglia di prendere anche se non devi andare da nessuna parte, solo per guardare.
E sì, nel mio cervello parte automaticamente il confronto con Milano… con risultati discutibili e un po’ di autoironia inclusa.
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L’ultima mattina: quella sensazione da “non voglio chiudere la valigia”

Tashkent, per me, è stata la tappa che ti rimette nel presente: dopo giorni di storia, mosaici, madrase e piazze irreali, la capitale ti fa dire: “Ok, l’Uzbekistan non è solo leggenda. È anche vita quotidiana.”
Poi arriva l’orario del volo, l’ultima occhiata ai compagni di viaggio, la classica frase: “Dai, ci sentiamo” (che è vera… ma non come vorresti), e la consapevolezza che un viaggio non finisce quando parti: finisce quando smetti di ripensarci.
Spoiler: io non ho smesso.
Conclusioni

Se devo riassumere l’Uzbekistan in una sola idea: ha superato le aspettative con facilità imbarazzante.
Le foto aiutano, sì, ma dal vivo è un’altra cosa: le forme, i colori, l’architettura… ti prendono e ti lasciano lì a fissare come un bambino davanti a qualcosa di troppo grande.
E poi c’è un aspetto che mi ha colpito più di quanto pensassi: l’ospitalità.
Quella vera, quotidiana, spontanea.
Ti fa sentire non solo benvenuto, ma proprio “gradito”. E questa sensazione resta più a lungo di qualunque souvenir.
Se proprio devo scegliere le mie “top”, lo dico senza sensi di colpa: Khiva e Samarcanda mi hanno lasciato addosso quel tipo di meraviglia che non si spiega bene a parole (e di sera… Registan è una roba che ti resetta il cervello).
Ma il bello è che ogni tappa ha aggiunto qualcosa: Bukhara con il suo fascino antico, Gijduvon con l’artigianato, Tashkent con la sua anima urbana.
E sì: oltre ai luoghi, porto a casa anche risate, scene da ricordare, e quel tipo di complicità che nasce quando condividi giorni intensi con persone conosciute “da poco” ma che sembrano di più.
Ringraziamenti
Di solito i ringraziamenti stanno alla fine… e infatti eccoci qui (ma con lo spirito “controcorrente” che ti rappresenta benissimo).
Un grazie enorme al gruppo “Gli Uzbeki” (aka “Francorossini”, come ci chiamava Tamila): perché un viaggio del genere, con le persone sbagliate, perde metà della magia. Con voi invece è stato un film.
Grazie a Tamila e Matteo, anche per l’attenzione super concreta (tipo il cibo “su misura” quando serviva).
Grazie a Elisher, che ci ha portato ovunque con la pazienza di un santo e la resistenza di un motore infinito.
E una menzione speciale (con sorriso) a Tamerlano, che si è prestato alle foto con una certa… regalità.
Rahmat, davvero.
Nel libro Rahmat Uzbekistan! trovi il tour raccontato senza filtro: più scene, più dettagli, più “vita vera” (e qualche imprevisto che sul blog resta educato).
Nel messaggio scrivi: “SAMPLER UZBEKISTAN” e te lo mando.
Trasparenza: eventuali contenuti sponsorizzati o link/codici affiliati sono sempre segnalati chiaramente.
Il resto è frutto delle mie esperienze e delle mie opinioni, senza filtri.
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