Se dovessi riassumere la giornata di oggi alla BIT con una sola immagine, sarebbe questa: un formicaio elegante.
Gente che cammina veloce, si incastra tra stand e strette di mano, beve caffè come se fosse benzina e nel frattempo parla di una cosa serissima con la faccia di chi “ok, adesso basta giocare”: il turismo.
E no, non parlo del turismo come cartolina “che bello il mare”.
Parlo del turismo come motore, come lavoro, come economia, come reputazione del Paese.
Quella roba lì che, quando funziona, fa funzionare tutto: alberghi, ristoranti, musei, taxi, guide, eventi, borghi, perfino la signora che vende calamite e riesce a pagare l’affitto senza vendere un rene.
Oggi ho girato, ascoltato, annotato, sorriso, fatto lo slalom tra presentazioni, comunicati e chiacchiere al volo. E la sensazione è stata chiara: questa BIT è partita con la testa alta.
La prima cosa che ho capito: non è più “venite a trovarci”
Una volta, in fiera, il mood era spesso: “Vieni da noi perché siamo bellissimi”.
Oggi invece il tono è cambiato: “Vieni da noi, e ti spiego come e perché farlo bene”.
C’è un’idea più matura, quasi più “responsabile”: la destinazione non è una foto, è un sistema.
E se quel sistema si rompe (o si racconta male), poi non basta una campagna pubblicitaria a rimetterlo in piedi.
Tra corridoi e palchi, il tema che rimbalza è sempre lui: esperienze vere, stagioni più lunghe, flussi meglio gestiti, tecnologia utile (non quella per fare scena).
E soprattutto una parola che oggi sentivo ovunque, anche quando non veniva detta: credibilità.
ENIT e Ministero: quando il turismo diventa “questione di Paese”
A un certo punto, allo stand ENIT, la faccenda si è fatta molto concreta: numeri, impatto, lavoro, prospettive.
Il turismo non viene più presentato come “settore simpatico”, ma come pezzo strutturale dell’Italia.
E ha senso: quando si parla di occupazione, di indotto, di soldi che girano, improvvisamente non stai più raccontando una vacanza… stai raccontando una parte del futuro.

Ed è qui che il discorso si collega alla parte più delicata della giornata: il Sud, la promozione, e soprattutto la fragilità di certi territori quando arriva un evento estremo e ti sposta tutto, anche la percezione.
Welcome to Sud Italia: il Sud non si spiega, si difende (anche a parole)
C’è un momento, in fiera, in cui smetti di fare il turista tra gli stand e diventi improvvisamente… un essere umano con la pelle d’oca.
Oggi è successo qui: Welcome to Sud Italia allo stand ENIT.
Calabria, Sicilia e Sardegna sullo stesso palco, stessa energia, stesso messaggio di fondo: la Meraviglia non si ferma.
E non è uno slogan da roll-up, è una presa di posizione.
Perché quando un territorio viene colpito da un evento pesante, il rischio è doppio: da una parte i danni veri, quelli che si contano, si riparano, si piangono.
Dall’altra i danni “invisibili”: quelli che si infilano nei titoli, nei commenti, nelle chat, e poi diventano una frase che ammazza una stagione: “Eh, no… lì meglio evitare.”
Ed è qui che il turismo diventa anche difesa civile.
E la comunicazione smette di essere fumo e diventa argine.
Santanchè: “Tempismo e racconto. Altrimenti è un secondo disastro”
La Ministra Daniela Santanchè ha messo subito sul tavolo la parola che tutti pensano ma pochi dicono ad alta voce: tempismo.
Non solo soldi. Non solo “fare qualcosa”. Ma farlo subito e farlo bene, perché nel turismo la memoria collettiva è velocissima: oggi sei “meta da sogno”, domani sei “zona rossa” anche se non lo sei più.

Il cuore dell’intervento è stato chiaro: evitare che al danno materiale si aggiunga un danno d’immagine.
E infatti l’annuncio è arrivato dritto, senza giri:
Stanzieremo 5 milioni di euro per il turismo delle Regioni colpite…
E il punto non è solo la cifra, è il motivo: proteggere la stagione che arriva e soprattutto proteggere la fiducia.
Perché Santanchè ha insistito su un concetto molto concreto: tutelare le destinazioni anche dal punto di vista comunicativo e narrativo, così che “al danno subito non si aggiunga il peso di un racconto” capace di fare ulteriori disastri.
E qui entra la parte “strategica” (quella che di solito resta dietro le quinte): l’idea di rilanciare lo storytelling anche fuori dall’Italia, con azioni mirate e presenza forte nei contesti giusti.
Tradotto in lingua umana: se il mondo parla del Sud, vogliamo che lo faccia nel modo giusto.
Occhiuto: “Usiamo il driver Italia, perché spesso non sanno nemmeno dov’è la Calabria”
Il Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha portato sul palco una verità che fa sorridere e un po’ brucia: spesso, all’estero, l’Italia la conoscono… ma non sempre conoscono le sue Regioni.
E allora ha lanciato un invito pratico, quasi da “ragazzi, facciamola semplice”:
Dovremmo utilizzare il driver Italia per promuovere la Calabria…
Perché, ed è una frase che pesa, “spesso gli stranieri non sanno dove sia realmente”.
E questa non è una sconfitta: è un’occasione enorme.
Vuol dire che non devi solo vendere un posto, devi prima accendere una lampadina nella testa di chi ascolta: “Ah, quindi la Calabria è quella parte d’Italia che…”.
Occhiuto ha anche legato tutto a un tema che oggi è uscito più volte in fiera: destagionalizzare.
Non vivere di picchi e poi di silenzi, ma tenere vivo il territorio anche quando non è agosto.
È il salto di qualità vero: quello che cambia la vita a chi ci lavora, non solo la foto su Instagram.

Elvira Amata: “La Sicilia c’è, e questo è il momento di cambiare la comunicazione”
L’intervento dell’Assessora al Turismo della Regione Siciliana, Elvira Amata, è stato quello più “frontale” (nel senso bello): non difensivo, ma determinato.
Ha detto le cose come stanno, senza fingere che vada tutto bene per magia, ma senza nemmeno concedere un millimetro al pessimismo.
La Sicilia c’è e aspettiamo numerosi visitatori.
E poi la frase che, secondo me, è la chiave di tutto l’evento:
Questo è il momento di trasformare l’emergenza in una grande opportunità per una comunicazione rinnovata.
Cioè: non solo “ripartiamo”, ma ripartiamo raccontandoci meglio, più veri, più completi, più intelligenti.
Amata ha ricordato che la Sicilia non è solo “quella cosa che hai visto in un film” o “quel posto dove si mangia bene” (anche).
È un mondo intero: 7 siti UNESCO, coste, parchi, aree protette, e soprattutto un’identità che si presta benissimo a un turismo più esperienziale e sostenibile.
Ha insistito su proposte capaci di spostare i flussi e allungare la stagione: ciclovie, ippovie, cammini… insomma: far vedere anche il volto meno ovvio, quello che non si consuma in un weekend e non si esaurisce in una lista di “top 10”.
La vera notizia: oggi il Sud non ha chiesto pietà, ha chiesto attenzione
Questa conferenza, al netto dei comunicati e delle foto di rito, ha avuto una vibrazione chiara: non era una richiesta di compassione. Era un invito a guardare meglio.
Il Sud, oggi, si è presentato così:
- non fragile, ma da proteggere;
- non “povero di turismo”, ma ricco di possibilità se lo racconti bene;
- non solo bellezza, ma anche lavoro, economia, comunità.
E la sensazione che mi porto via è una: quando le istituzioni parlano di “narrazione”, non è fumo.
È un modo per dire che nel turismo il racconto è realtà.
E se lo lasci in mano al caso, al sensazionalismo o alla paura… poi non ti lamentare se la Meraviglia resta vuota.
Se invece lo difendi, lo curi e lo fai girare bene… allora sì: la Meraviglia non si ferma davvero.
World Tourism Event: Assisi 2026, patrimonio mondiale e turismo
Dopo il “rumore” bello di una fiera (stand, strette di mano, agende che esplodono, gente che ti chiama “ciao” come se vi foste cresciuti insieme), la conferenza del World Tourism Event è stata una specie di pausa… ma di quelle che non ti fanno addormentare: ti rimettono a fuoco.

Perché qui non si parlava di “dove andiamo in vacanza”, ma di una domanda più adulta:
Come facciamo a far funzionare il turismo senza consumare ciò che lo rende unico?
E quando metti in mezzo i siti UNESCO, questa domanda diventa ancora più seria. Perché l’UNESCO non è un bollino da attaccare sulla brochure. È una responsabilità con le gambe.
Assisi 2026: non solo una sede, ma un simbolo (e pure una dichiarazione di intenti)
La notizia è chiara: Assisi ospiterà la 17ª edizione del World Tourism Event nel 2026.
E già qui, anche se uno non è “mistico”, capisce che non è una scelta casuale.
Assisi è quel posto dove la parola “patrimonio” non suona come una cosa da museo.
Suona come qualcosa che respiri: pietra, silenzio, panorami, spiritualità (anche se sei ateo convinto), e soprattutto una città che non si presta ai giochetti.
Ti costringe a rallentare, e infatti il tema del turismo “lento”, “consapevole”, “di qualità” oggi non era un optional: era il cuore.
E poi la cornice è potente anche per un motivo storico: il 2026 è un anno carico di significati legati al mondo francescano.
Tradotto: non sarà un evento buttato lì, ma inserito in un contesto che già di suo richiama attenzione e partecipazione.
Il turismo UNESCO: la versione premium… ma senza snobismo
A me piace chiamarlo così: il turismo UNESCO è la versione premium del viaggio, ma non perché “costa di più”.
Premium perché ti chiede qualcosa in più: tempo, rispetto, curiosità, ascolto.
Il punto emerso forte in conferenza è che questi luoghi non possono essere trattati come “selfie point” con parcheggio vicino e via andare. Sono luoghi che vanno interpretati.
E se li interpreti bene, succedono due magie:
- Destagionalizzi: non vivi solo di picchi estivi o di ponti.
- Sposti i flussi: non schiacci tutto su tre strade, tre piazze, tre code.
E questa cosa, detta in modo semplice, significa una roba enorme: più stabilità per chi lavora nel turismo.
Meno montagne russe, più continuità.
Più mesi “buoni”, meno mesi “morti”.
L’idea che mi è rimasta addosso: la vivibilità prima di tutto
Qui è uscito un tema che io considero fondamentale (e che spesso viene trattato come se fosse un fastidio): la vivibilità.
Perché c’è un limite oltre il quale il turismo smette di essere valore e diventa invasione.
E non è solo un problema “dei residenti che si lamentano”: è un problema del viaggiatore stesso, che si ritrova in mezzo a un ingorgo umano e torna a casa dicendo: “Bello, sì… però non ci torno.”
Quindi oggi il messaggio è stato questo: meglio gestire che rincorrere.
Meglio costruire un’esperienza sostenibile che inseguire numeri a caso.
E attenzione: sostenibile non nel senso “parola da convegno”.
Sostenibile nel senso proprio: che regge.
Che non crolla al primo boom.
Com’è fatto (davvero) il World Tourism Event: non una vetrina, ma una macchina
Una cosa interessante è che WTE non viene raccontato come “evento bello e basta”. È strutturato come una macchina con più livelli.
- C’è la parte aperta, quella che parla al pubblico: espositori, info, presentazioni, animazione, momenti divulgativi.
- E poi c’è la parte da addetti ai lavori, quella che fa girare il mercato: incontri B2B, workshop, matching tra domanda e offerta.
Tradotto in lingua umana: non è solo “venite a vedere”, ma “venite a lavorare”.
E questa cosa, in una fiera come BIT, ha senso.
Perché puoi avere il patrimonio più incredibile del mondo, ma se non lo sai mettere in rete tra operatori, istituzioni e territori… resta una bellezza isolata, come un gioiello chiuso in cassaforte.

Il punto più forte: patrimonio non significa “fermo”, significa “vivo”
C’è un errore che facciamo spesso: pensare che il patrimonio vada solo “conservato”, come una cosa immobile.
In realtà il patrimonio va tenuto vivo.
E per tenerlo vivo servono:
- narrazione fatta bene (non solo slogan)
- servizi coerenti (accoglienza, info chiare, accessibilità)
- comunità coinvolte (non comparse)
- itinerari intelligenti (per distribuire e non schiacciare)
Il WTE, per come è stato presentato oggi, vuole essere questo: un punto di incontro tra tutela e sviluppo.
Tra identità e mercato, tra bellezza e realtà.
Perché la realtà è semplice: se un luogo UNESCO diventa invivibile o si svuota di residenti, perde la sua anima.
E se perde l’anima, perde anche il senso.
Se devo trasformare tutto il discorso in una frase che capiscano tutti, eccola:
Il patrimonio UNESCO non è una spunta sulla lista. È un invito a viaggiare meglio.
A viaggiare con più tempo, più rispetto, più voglia di capire.
E Assisi, da questo punto di vista, è la location perfetta: ti educa senza fare la maestra. Ti prende per mano e ti dice: “Oh, respira.”
Cosa mi porto via da questa conferenza (senza fare il professorone)
- Nel 2026, ad Assisi, non sarà “un evento in più”, ma un evento con un senso forte.
- Il turismo UNESCO è una grande opportunità solo se lo gestisci bene: flussi, tempi, vivibilità.
- L’obiettivo non è “portare gente”, è portare valore.
- Se il turismo diventa un problema, non è colpa del turismo: è colpa di come lo fai.
E oggi, in mezzo a BIT, questa conferenza ha avuto un merito enorme: mi ha ricordato che il turismo non è solo “partenze”.
È anche cura.
Milano Cortina 2026: l’Italia che ospita il mondo (e si gioca la reputazione)
Qui l’aria cambia subito, si alza il volume.
Perché quando dici “Olimpiadi”, non stai parlando solo di sport, stai parlando di mondo.
La conferenza su Milano Cortina 2026 è stata quel tipo di momento in cui capisci che non basta avere belle montagne e città iconiche: serve un racconto forte e un’organizzazione ancora più forte.
A fare da filo conduttore, due voci diverse ma complementari: quella istituzionale e quella più “operativa”, con dentro l’idea che i Giochi siano una vetrina enorme… ma anche un test.
Grazie a Nevio Devide (Chief Revenue Officer a Fondazione Milano Cortina 2026), mi porto via un concetto che oggi mi ha fatto sorridere e pensare insieme: l’idea dell’Italia come “mushroom”, il fungo porcino.
Una cosa che sembra spuntare dal nulla e invece sotto terra ha lavorato per mesi, anni, in silenzio.
È una metafora perfetta: l’evento lo vedi quando arriva, ma quello che conta è tutto quello che succede prima.
E poi i numeri che fanno capire la scala: pubblico internazionale, decine e decine di Paesi coinvolti, un’attenzione globale che non si compra con nessuna campagna.
Milano Cortina non è solo “evento”. È un’occasione per dire: noi sappiamo fare bene.
E oggi, in fiera, quella frase l’ho sentita tra le righe più volte.
Regione Liguria: gli “Anelli” e il turismo che collega (non solo che mostra)
La Liguria oggi ha fatto una cosa intelligente: invece di puntare solo sul “siamo bellissimi” (che lo sono, ok), ha portato un progetto che ha un’idea concreta dentro: collegare.

“Liguria degli Anelli” è un modo per mettere insieme costa ed entroterra, per allungare la stagione, per dare un motivo in più a chi non vuole solo la spiaggia, ma anche camminare, pedalare, respirare.
E soprattutto, per distribuire meglio i flussi: perché se tutti vanno nello stesso posto nello stesso giorno, non è turismo… è traffico.
La parte più interessante?
Il tentativo di rendere tutto più accessibile e più chiaro anche digitalmente.
Perché oggi, diciamolo, puoi avere il sentiero più bello del mondo, ma se online non si capisce niente (o peggio, le info sono vecchie), la gente si arrende e va altrove.
Qui si è percepita una sfida molto attuale: fare turismo lento, ma con strumenti moderni.
Non lento nel senso “confuso”. Lento nel senso “vissuto”.
Il riassunto della giornata, in versione umana
Oggi la BIT mi ha lasciato addosso una sensazione precisa: si sta cercando di fare un salto di qualità.
- Il Sud viene raccontato come potenza, ma anche come territorio da proteggere, non da consumare.
- Il patrimonio culturale viene messo al centro, ma con un’idea di gestione più intelligente.
- Milano Cortina 2026 è la grande occasione: non solo per fare bella figura, ma per costruire qualcosa che resti.
- La Liguria porta un progetto che prova a spostare il focus: non solo “luoghi”, ma “percorsi”.
E mentre camminavo tra gli stand, mi è venuta in mente una frase semplice:
Il turismo non è più una vetrina, è un patto.
Un patto tra chi arriva e chi vive lì, tra chi promuove e chi accoglie, tra il desiderio di vedere e il dovere di rispettare.
E sì, in mezzo a tutto questo c’erano anche le brochure, le foto, le promesse.
Ma oggi ho visto soprattutto una cosa: la voglia di raccontare l’Italia meglio e anche di farla funzionare meglio.
Domani si replica e io torno lì, con il badge e la curiosità accesa.
Trasparenza: eventuali contenuti sponsorizzati o link/codici affiliati sono sempre segnalati chiaramente.
Il resto è frutto delle mie esperienze e delle mie opinioni, senza filtri.
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