Cappadocia, giorno 3: Kaymakli, Mustafapaşa e Valle Rossa

Dalle città sotterranee alla cucina di famiglia, tra monasteri rupestri, antichi villaggi e paesaggi che cambiano colore.

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Il terzo giorno in Cappadocia è iniziato con una domanda abbastanza semplice: Quanto può essere grande una città che, invece di andare verso il cielo, decide di andare sotto terra?

La risposta è: parecchio, soprattutto abbastanza da farti dimenticare, per un po’, che sopra di te esiste un mondo fatto di strade, automobili, alberghi e persone che camminano tranquillamente senza doversi chinare ogni tre metri.

Dopo due giorni trascorsi tra valli, rocce, chiese rupestri e mongolfiere, la Cappadocia aveva ancora qualche sorpresa da tirare fuori dal cilindro.

Anzi, questa volta il cilindro era decisamente sotto i nostri piedi.

Kaymakli: sottoterra, ma senza esagerare

La nostra giornata è iniziata con la città sotterranea di Kaymakli, uno dei luoghi più particolari incontrati durante questo viaggio.

Da fuori non sembra prepararti minimamente a quello che troverai, poi inizi a scendere.

Già dopo le prime stanze capisci che qui la Cappadocia ha deciso di cambiare completamente prospettiva.

Kaymakli è una vera città scavata nel tufo, sviluppata su più livelli sotterranei. Il complesso comprende ambienti destinati alla vita quotidiana, depositi, cucine, luoghi di culto e passaggi collegati tra loro.

Interni della città sotterranea di Kaymakli in Cappadocia
Corridoi, ambienti scavati nella roccia e una piccola chiesa: Kaymakli è una città vera e propria, solo con il soffitto decisamente più vicino.

La cosa che colpisce immediatamente sono i passaggi.

Alcuni sono bassi, altri stretti, altri ancora sono entrambe le cose contemporaneamente, che evidentemente alla Cappadocia sembrava una combinazione particolarmente divertente.

In certi punti bisogna abbassarsi, stringersi e procedere praticamente in fila indiana.

E qui faccio una precisazione che secondo me è importante per chi sta pensando di visitare Kaymakli: il percorso non è adatto a chi soffre di claustrofobia.

Io e circa metà del gruppo abbiamo deciso di visitare soltanto le prime stanze e poi tornare fuori.

L’altra metà, invece, non si è lasciata intimorire e ha continuato il percorso, addentrandosi nei passaggi e visitando le altre parti accessibili della città sotterranea.

Io ho preferito non sfidare il destino, diciamo che avevo già capito abbastanza bene il concetto.

Passaggio stretto e basso nella città sotterranea di Kaymakli in Cappadocia
A Kaymakli alcuni passaggi sono così bassi e stretti che bisogna procedere piegati e in fila indiana: non proprio il posto ideale per chi soffre di claustrofobia.

Qui la sensazione è molto diversa rispetto alle altre esperienze della Cappadocia, non ci sono grandi panorami.on ci sono mongolfiere, non ci sono rocce che sembrano animali preistorici.

Ci sono pareti, porte, nicchie, corridoi e quella sensazione stranissima di trovarsi in un luogo costruito per permettere alle persone di vivere, organizzarsi e proteggersi sottoterra.

Una cosa è leggere che gli abitanti della Cappadocia utilizzavano città sotterranee, un’altra è infilarsi personalmente in quei corridoi e rendersi conto di quanto lavoro e ingegno siano stati necessari per trasformare la roccia in un ambiente abitabile.

Una nicchia non è più soltanto una nicchia, una porta di pietra non è semplicemente una porta, un corridoio non è un corridoio, sono pezzi di una storia che, per qualche minuto, attraversi letteralmente con i piedi.

E mentre l’altra metà del gruppo continuava la visita, noi rimasti fuori abbiamo deciso di sfruttare il tempo in modo altrettanto culturale… Shopping.

Nei dintorni dell’ingresso ci sono diversi negozi e, naturalmente, qualcuno del gruppo ha colto l’occasione per dare un senso molto concreto alla permanenza in superficie.

Qualcuno esplorava una città sotterranea, qualcun altro esplorava i negozi.

Keşlik: il monastero nascosto nella roccia

Dopo essere tornati alla luce del sole, la giornata ha cambiato nuovamente atmosfera.

Il monastero di Keşlik, conosciuto anche come Monastero degli Arcangeli, è uno di quei luoghi che rischiano di passare un po’ in secondo piano quando si parla di Cappadocia.

Il problema è che qui la concorrenza è spietata.

Mettete insieme mongolfiere, città sotterranee, camini delle fate, valli colorate e chiese rupestri e capirete che per qualsiasi altra attrazione non è esattamente facile farsi notare.

Eppure Keşlik merita.

Il complesso è scavato nella roccia e comprende diversi ambienti legati alla vita monastica: chiese, refettorio, cucina, spazi abitativi e altri locali ricavati direttamente nella pietra.

Monastero di Keşlik scavato nella roccia in Cappadocia
A Keşlik la roccia non è soltanto paesaggio: per secoli è stata anche monastero, luogo di preghiera e spazio per la vita quotidiana.

Qui la Cappadocia sembra quasi voler abbassare il volume.

Il paesaggio è più raccolto, l’atmosfera è tranquilla e per qualche momento ci si dimentica persino della quantità di cose già viste nei due giorni precedenti.

Poi arrivano gli affreschi.

Affreschi bizantini nella chiesa rupestre del monastero di Keşlik in Cappadocia
Colori e figure sopravvissuti al tempo sulle pareti della chiesa rupestre di Keşlik.

Alcuni sono ancora leggibili, altri hanno inevitabilmente risentito del tempo.

Ed è proprio davanti a queste immagini che mi sono fermato un po’.

Non perché improvvisamente sia diventato un esperto di arte bizantina, semplicemente perché c’è qualcosa di particolare nel vedere un’immagine dipinta secoli fa direttamente sulla roccia.

Il tempo passa, le persone cambiano, così come i luoghi cambiano, la pittura si rovina, ma quella scena continua a essere lì.

In una regione dove tutto sembra essere stato scavato, modellato e trasformato dall’uomo, Keşlik aggiunge un altro pezzo al puzzle.

La Cappadocia non è soltanto un paesaggio spettacolare.

È un posto dove la roccia è diventata architettura, rifugio e luogo di culto.

Mustafapaşa: la Cappadocia che parla anche greco

Da Keşlik siamo arrivati a Mustafapaşa, uno dei paesi che più raccontano il passato multiculturale della regione.

Il suo antico nome era Sinasos e il paese fu abitato per secoli da una consistente comunità greca.

Nel 1924, con lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia, quella presenza cambiò radicalmente.

Piazza e edifici storici in pietra nel paese di Mustafapaşa in Cappadocia
Mustafapaşa, l’antica Sinasos, conserva nelle sue architetture le tracce della lunga storia greca della Cappadocia.

La piazza e gli edifici in pietra hanno un aspetto completamente diverso rispetto alla Cappadocia più famosa delle valli.

Qui non ci sono camini delle fate che cercano disperatamente di entrare in una cartolina.

Ci sono case, portali, finestre, decorazioni e dettagli architettonici che raccontano una storia fatta soprattutto di persone.

È una delle cose che mi piace di più quando viaggio, quando il passato non è chiuso dentro una teca, ma continua a comparire nelle strade.

Cammini e ti capita di vedere una facciata, poi un portale, poi una chiesa, e cominci a chiederti chi abbia vissuto lì, chi abbia aperto quella porta, chi abbia percorso quella stessa strada cento o duecento anni fa.

Chiesa storica di Mustafapaşa testimonianza del passato greco della Cappadocia
A Mustafapaşa il passato non è soltanto nei libri: lo incontri ancora nelle strade, nelle case e negli edifici religiosi del paese.

Lo scambio di popolazioni del 1923-1924 cambiò profondamente Mustafapaşa e molti altri centri della regione.

È una pagina di storia complessa, che in un viaggio non puoi certamente raccontare tutta.

Ma puoi vedere le tracce che ha lasciato.

Ed è proprio questo il bello, non limitarsi a sapere che qualcosa è successo, vederne le conseguenze ancora oggi.

A tavola con una famiglia: la Cappadocia più umana

Dopo Mustafapaşa siamo arrivati ad Ayvalı, un piccolo villaggio vicino a Ürgüp.

Qui ci aspettava una delle esperienze che ho apprezzato di più di tutta la Cappadocia: il pranzo da Cappadocia Home Cooking.

E già il nome dice parecchio.

Non “Turkish Restaurant”.

Non “Traditional Food Experience”.

Home Cooking!

Cucina di casa! E infatti è proprio questa la sensazione che si ha entrando.

La struttura è ospitata all’interno di una tradizionale casa in pietra con archi, restaurata dalla famiglia e trasformata in un luogo dove si mangia, si cucina e soprattutto si sta insieme. Non è il classico ristorante dove entri, mangi, paghi e sparisci.

Qui sembra davvero di essere stati invitati a casa di qualcuno, e a differenza si sente immediatamente.

La famiglia che lo gestisce ci ha accolti con una gentilezza rara: sorrisi, disponibilità e quella naturalezza che non sembra preparata per il turista.

Non c’era bisogno di costruire l’atmosfera, c’era già.

Il sito stesso racconta l’esperienza come un modo per vivere l’ospitalità turca e la vita di villaggio, utilizzando anche frutta, verdura e spezie coltivate nel proprio giardino.

E questa cosa, una volta lì, si percepisce.

Non sembra di essere arrivati in un ristorante.

Sembra di essere arrivati a casa di qualcuno che ha deciso di aprire la propria cucina ai viaggiatori.

Il figlio della cuoca durante l'esperienza di home cooking ad Ayvalı in Cappadocia
Un momento speciale da Cappadocia Home Cooking: il figlio della cuoca insieme a noi, con il piatto preparato durante la nostra esperienza di home cooking.

Non ricordo chi l’abbia scattata, ma questa è una di quelle foto che raccontano più di mille panorami.

Qui sono il proprietario con sua mamma nonchè cuoca.

Ed è proprio questo il ricordo che mi è rimasto, non soltanto quello che abbiamo mangiato, ma le persone che c’erano dietro.

Perché quando un viaggio riesce a farti sentire ospite, anche solo per qualche ora, smette di essere una semplice visita, diventa un incontro.

La cooking class: oggi cucino io… più o meno

Dopo esserci accomodati, è arrivato il momento di mettere le mani in pasta… Letteralmente.

La cooking class non consisteva nel guardare qualcuno cucinare mentre noi facevamo fotografie.

Qualcuno del gruppo ha partecipato alla preparazione, seguendo i passaggi della cucina tradizionale e mettendosi direttamente al lavoro.

Matteo alla prova di preparazione di un piatto tipico turco durante una cooking class in Cappadocia
Qui non siamo rimasti semplici spettatori: abbiamo messo le mani in pasta (anche Matteo) e provato a preparare un piatto della tradizione locale.

Il bello è che tutto partiva da ingredienti semplici e da una cucina vera.

Niente effetti speciali, niente piatti costruiti con pinzette da laboratorio.

Qui si cucina come si cucina in casa!

Il risultato finale arriva dopo aver fatto qualcosa con le proprie mani, che per alcuni è già una piccola vittoria.

Dolce della cucina turca preparato durante la cooking class in Cappadocia
Dopo averlo preparato, mancava soltanto la parte più importante: assaggiarlo.

Poi arriva il momento inevitabile: L’assaggio.

Ed è lì che capisci se sei stato bravo oppure se la famiglia ha semplicemente deciso di essere educata.

Non solo cucina: qui c’è un pezzo di famiglia

La cosa che mi ha colpito maggiormente di Cappadocia Home Cooking è stata proprio la sensazione di autenticità.

Le pietanze sono preparate in casa e la famiglia utilizza prodotti naturali, compresi diversi ingredienti coltivati nel proprio giardino. La loro proposta è legata alla cucina tradizionale della Cappadocia e alla vita di villaggio, non alla cucina “da cartolina” costruita per i turisti.

E poi c’è una cosa che ho apprezzato particolarmente: l’attenzione verso chi ha esigenze alimentari particolari.

Durante la mia esperienza ho percepito disponibilità nel trovare alternative per chi ha allergie, intolleranze, celiachia o segue una dieta vegetariana.

Per chi viaggia, non è un dettaglio, è una di quelle attenzioni che possono trasformare un pranzo da semplice pasto a esperienza piacevole e senza pensieri.

E poi c’è il miele… Ah, il miele.

Quello arriva direttamente dagli alveari che la famiglia tiene nel proprio giardino.

Più chilometro zero di così, credo ci sia soltanto l’ape che ti accompagna al tavolo.

Ed è perfetto per descrivere questo posto.
Semplice, genuino e profondamente legato alla vita della famiglia.

Alla fine, quando siamo andati via, mi sono accorto che avevo mangiato bene, sì.

Ma soprattutto avevo conosciuto delle persone.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui, ripensando alla Cappadocia, Cappadocia Home Cooking è una delle esperienze che ricordo con più piacere.

Non per il piatto, per le persone che c’erano dietro.

Valle Rossa: la Cappadocia cambia colore

Dopo pranzo e cooking class siamo tornati all’aperto.

Destinazione: Valle Rossa, la Kızılçukur.

E qui la Cappadocia ha nuovamente cambiato faccia.

Le rocce assumono tonalità rossastre e rosate che variano con la luce, creando uno dei paesaggi più particolari della regione.

Panorama delle formazioni rocciose della Valle Rossa in Cappadocia
Nella Valle Rossa le formazioni di tufo assumono sfumature rosse e rosate che cambiano con la luce.

Guardando questo panorama viene quasi spontaneo chiedersi se qualcuno abbia esagerato con il pennello.

Le rocce sembrano piegarsi una dentro l’altra, le creste si susseguono, il terreno cambia continuamente forma.

E sopra tutto questo c’è un cielo enorme.

Formazioni rocciose rosse e rosate nella Valle Rossa della Cappadocia
Basta cambiare prospettiva e luce per scoprire una Cappadocia completamente diversa.

La cosa che mi piace della Valle Rossa è proprio il contrasto.

Da una parte hai un paesaggio apparentemente immobile, dall’altra basta cambiare posizione o luce e tutto sembra diverso.

È uno di quei posti nei quali puoi scattare dieci fotografie praticamente dallo stesso punto e avere dieci paesaggi differenti.

Naturalmente io ne ho approfittato, non avevo ancora consumato abbastanza memoria del telefono.

I tappeti turchi: quando la tradizione diventa colore

La giornata non era ancora finita.

Prima di lasciare la Cappadocia ci aspettava la visita a una cooperativa di tappeti, dove vengono esposti e venduti i famosi tappeti turchi. La visita era prevista nel programma del viaggio insieme agli altri momenti dedicati all’artigianato locale.

E anche qui il cambio di scenario è stato notevole… Dalla roccia siamo passati al filo.

Fili colorati utilizzati per la lavorazione dei tappeti turchi in Cappadocia
Dalla roccia al filo: un altro esempio dell’artigianato con cui la Cappadocia racconta la propria tradizione.

Abbiamo visto da vicino la lavorazione e i colori utilizzati per realizzare i tappeti.

Una distesa di fili colorati faceva già capire che, da queste parti, la parola “sobrietà” non è necessariamente la prima scelta quando si parla di colori.

Poi sono arrivati i tappeti.

Disegni geometrici, motivi elaborati, colori sovrapposti.

Dettaglio di un tappeto turco con motivi geometrici e colori tradizionali
Geometrie, motivi e colori trasformano un intreccio di fili in un vero racconto decorativo.

La cosa interessante è che, osservandoli da vicino, ti rendi conto di quanto lavoro possa esserci dietro un oggetto che normalmente guardiamo soltanto come elemento d’arredo.

In Cappadocia avevamo già visto la roccia trasformarsi in abitazione, chiesa e città.

Qui la materia cambia ancora, diventa filo, disegno e colore.

Anche questo in fondo, è un modo di raccontare un territorio.

E adesso… Istanbul

A questo punto era arrivato il momento meno poetico della giornata: L’aeroporto.

Dopo tre giorni in Cappadocia, la sensazione era un po’ quella di aver appena iniziato a capire questo posto e di doverlo già salutare.

Il trasferimento verso l’aeroporto di Nevşehir ci aspettava per il volo serale verso Istanbul.
Il volo era previsto per la sera del 13 maggio, con arrivo a Istanbul e successivo trasferimento in hotel.

Paesaggio della Cappadocia visto durante il trasferimento verso Istanbul
Paesaggio della Cappadocia visto durante il trasferimento verso Istanbul

Dal finestrino scorrevano gli ultimi paesaggi della Cappadocia.

Campi, colline, strade, una luce ormai diversa da quella delle prime ore della giornata.

Mi sono ritrovato a pensare a quanto fosse stato assurdo, in fondo, questo terzo giorno.

Eravamo partiti sottoterra, passando attraverso una città scavata nella roccia.

Poi eravamo entrati in un antico monastero.

Avevamo camminato tra le case di un paese con una forte storia greca.

Ci eravamo seduti a tavola con una famiglia.

Avevamo cucinato.

Avevamo guardato le rocce diventare rosse.

E infine ci eravamo ritrovati davanti a tappeti pieni di colori.

Tutto nello stesso giorno.

La Cappadocia, a questo punto, poteva anche smettere.

Aveva decisamente dato abbastanza materiale, ma naturalmente non lo sapevamo ancora.

Perché mentre l’aereo lasciava la regione alle spalle, davanti a noi c’era Istanbul… E quella sarebbe stata tutta un’altra storia.

🧭 Serie Turchia 2026 — Continua il viaggio

La Cappadocia ci saluta e il viaggio cambia completamente atmosfera.
Se vuoi seguire tutto in ordine, eccoti la strada:

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