Ci sono viaggi che ti accarezzano.
Il Nepal invece ti dà una pacca sulla spalla e ti dice: “Dai, muoviti, qui si vive“.
E tu, che pensavi di avere tutto sotto controllo – itinerari, prenotazioni, app, tab aperte come una sala regia — dopo dieci minuti sei già lì, in mezzo a clacson, incenso, fili elettrici che sembrano liane e quella sensazione strana (bellissima) di essere finito in un mondo che non chiede permesso.
Il Nepal è così: non si fa “in modo perfetto”, si fa in modo umano.
Per questo, prima di partire con le tappe vere e proprie, ti lascio le cose che mi hanno salvato la giornata più di una guida, non un elenco infinito, ma piccoli trucchi da viaggiatore.
Roba che ti evita il classico momento “ok… e adesso?”
La regola base: lascia margine
Il primo consiglio pratico in Nepal è quasi filosofico: lascia margine.
Ai tempi, alle energie, alle deviazioni. Qui i minuti hanno un’idea tutta loro della puntualità e tu, se provi a incastrare il Nepal in una tabella Excel, lui ti ride in faccia (con gentilezza, però).
Ecco: non è disorganizzazione.
È che il Nepal è pieno.
Pieno di cose, di persone, di dettagli e tu devi avere spazio per guardarlo.
Visto e documenti: non fare l’eroe all’ultimo
Sul visto non faccio il professorino, perché le regole cambiano e non voglio scrivere una cosa che tra sei mesi diventa archeologia.
Quello che dico è semplice, controlla sempre le info ufficiali prima di partire e preparati due cose che sembrano banali ma ti salvano:
- una copia digitale di documenti e assicurazione (telefono + cloud)
- una foto tessera pronta (che tanto, prima o poi, serve sempre)
Fine, niente ansia, solo prevenzione intelligente.
Soldi: contanti di scorta, e vivi meglio
Il Nepal è un posto dove puoi sentirti ricco con poco… e povero in un attimo se ti manca l’unica cosa che serve davvero: il piano B.
Io mi sono trovato bene così: un po’ di contante sempre pronto, e poi il resto si gestisce strada facendo.
Non perché “non funziona niente”, ma perché è più rilassante, e in viaggio la rilassatezza vale come un visto timbrato.
SIM e internet: la scelta più comoda
La tua sanità mentale in Nepal vale più di mille foto in 8K.
Se vuoi atterrare già “connesso” senza caccia al Wi-Fi né roaming trappola, la soluzione più semplice è una eSIM: io uso Holafly (la attivi prima di partire e sei online appena scendi dall’aereo).
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In alternativa, va benissimo anche la SIM locale: ti orienti, prenoti, scrivi, controlli, respiri… e saluti il Wi-Fi “fantasma”.
Prese elettriche: l’energia non è infinita (il telefono nemmeno)
In Nepal la corrente è quella cosa che dai per scontata… finché non sei con l’1% e la vita ti passa davanti agli occhi (insieme alle foto che non hai ancora salvato).
Portati un adattatore universale e sei a posto: qui capita di trovare prese diverse (le più comuni che incontrerai sono C/D/M).
Bonus tip: powerbank.
Non per “tecnologia”, ma per pace interiore.
Acqua e pancia: il Nepal ti mette alla prova (ma non serve farsi male)
Io con il cibo sono sempre stato curioso.
Il Nepal mi ha insegnato a essere curioso con criterio.
Regola semplice: acqua sigillata e attenzione alle improvvisazioni.
Non serve vivere in paranoia, basta stare svegli e andare per gradi.
Il tuo stomaco ti ringrazierà con affetto.
Il mini-kit salute: superpoteri da tasca
Non ti faccio la lista della farmacia da campo (che poi sembra che devi scalare l’Himalaya in infradito).
Solo le cose che davvero mi hanno fatto dire: “Ok, oggi vinco io“:
- gel mani/salviette (in Nepal diventano un passpartout)
- cerotti e disinfettante
- repellente (soprattutto se sei “buono” per le zanzare)
- quello che il tuo medico ti consiglia per il tuo caso
E adesso: si parte davvero
Questa era la parte “zaino e cervello”.
Da qui in poi iniziano le tappe, quelle che ti fanno dire “Ok, sono davvero in Nepal“.
Se vuoi seguire la serie in ordine, ecco le parti successive:
Qui sul blog ti lascio la parte pratica e il filo del viaggio, tappa dopo tappa.
Nel libro invece c’è l’altra metà: quella con le scene, i dettagli vissuti, i momenti che non entrano in un post perché hanno bisogno di respiro.
17-18 Maggio: MILANO → KATHMANDU
Alle 21:00, a Malpensa, ho quella faccia da “sto partendo davvero” che mi viene solo quando ho superato i due controlli mentali fondamentali: passaporto e caricatore.
Il resto, in fondo, si può sempre improvvisare… più o meno.
Si vola con Air India e, appena mi siedo, mi arrivano due cose che sembrano piccole ma in realtà sono un abbraccio logistico: coperta e cuffie.
L’intrattenimento a bordo è la classica tentazione: “Guardo un film e poi dormo“.
Spoiler: spesso finisce che fai metà film, metà sonno e metà vita passata a cercare una posizione decente per non scendere dall’aereo con il collo a forma di punto interrogativo.
La mattina dopo arrivo a Delhi.
Scalo, attesa, occhi che cercano un caffè come se fosse una divinità.
Poi si riparte verso Kathmandu e, quando finalmente atterro nel pomeriggio, capisco subito che il Nepal non si presenta con un biglietto da visita, ti investe.
Aria diversa, luce diversa, clacson che non chiedono permesso e quella sensazione precisa di essere finito in un posto dove la realtà è più “viva” di come te l’eri immaginata.

Fuori dall’aeroporto mi aspetta la navetta di Himalayan Trailfinder.
In quel momento ringrazio l’universo per le cose semplici: salgo, mi lascio trasportare e arrivo nel mio rifugio dei prossimi giorni, l’Hotel Norbulinka (in zona Thamel).
Thamel è quel quartiere che sembra progettato da un viaggiatore, un po’ labirinto, un po’ bazar, un po’ “da qui parte tutto”.
La Durbar Square non è lontana, volendo ci arrivi anche a piedi… ma non quel giorno.
Non quel giorno, il mio corpo aveva un’idea molto chiara: prima si sopravvive al viaggio, poi si esplora il mondo.
L’hotel mi fa una buona prima impressione: camera comoda, bagno dignitoso, e quei dettagli che dopo ore di volo diventano certezze: tè, caffè, prodotti da bagno e le classiche bottiglie d’acqua che ti guardano come per dire: “Tranquillo, adesso respira“.
Mi segno mentalmente anche la colazione, perché io con le colazioni faccio amicizia: buffet bello ricco tra dolce e salato, con dolci che ti fanno pensare “ok, domattina mi rimetto in piedi“.
Arrivo stanco, stanchissimo, e quando sei così stanco, il tuo cervello non vuole “fare turismo”, vuole solo un posto vicino e qualcosa di buono.
Quindi scelgo la soluzione più furba possibile: cena a due passi.
Entro da The Ship, mi siedo e penso: “Dai, inizio con qualcosa che in Italia non mi capita tutti i giorni“.
Ordino pollo ripieno con formaggio di yak e funghi.
Lo dico, l’idea del “formaggio di yak” mi incuriosiva e mi metteva pure un filino di rispetto.
È una di quelle cose che racconti a casa e qualcuno ti risponde: “Sì vabbè, e poi sei sopravvissuto?”
Invece arriva un piatto rassicurante: pollo ripieno, salsa ai funghi, e un sapore che non mi aspettavo… morbido, quasi dolce, per niente aggressivo.
Non è il colpo di scena forte, è più un “benvenuto” detto con calma, e per un primo assaggio, dopo un viaggio così, è perfetto.
Poi succede la cosa più epica e realistica della giornata: finisco, torno in hotel… e crollo senza contrattazione.
Il Nepal è appena iniziato, ma il mio corpo ha già chiesto il check-out dalla coscienza.

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Trasparenza: eventuali contenuti sponsorizzati o link/codici affiliati sono sempre segnalati chiaramente.
Il resto è frutto delle mie esperienze e delle mie opinioni, senza filtri.
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