Il bello del Nepal è che non ti chiede mai permesso per cambiare scena. Un giorno sei nel set vivente di Bhaktapur, tra piazze che sembrano scenografie e templi che ti costringono a guardare in su. Il giorno dopo ti ritrovi a fare una cosa che, da noi, è quasi rivoluzionaria: respirare.
Il 22 maggio è il giorno del passaggio: da Bhaktapur a Dhulikhel, con una deviazione emotiva verso posti che non urlano, ma ti entrano dentro lo stesso.
22 Maggio: Bhaktapur (attese, sorprese e un pranzo con vista)
La giornata inizia con una doccia “versione Nepal”, cioè con una temperatura che ti fa capire subito che la montagna è vicina. Colazione nell’hotel (Vajra Guest House): niente buffet, niente dolci a profusione, quindi vado di pancake con miele e un “tea” locale che scopro essere spesso un tè molto… sociale, nel senso che ci mette dentro latte, spezie e cannella e ti saluta con decisione. Dopo la prima tazza, prendo una decisione di vita: tè semplice.

L’autista dovrebbe arrivare, ma il Nepal ha il suo orologio.
Così rientro a Bhaktapur e mi concedo un giro lento, senza il bisogno di “spuntare cose”: mi guardo i dettagli, le porte intagliate, i mattoni caldi, i piccoli segni del tempo e della ricostruzione.
Bhaktapur è una città che ti educa alla lentezza senza dirti “vai piano”: te lo fa venire naturale.

E poi, come se non bastasse, la città decide di offrirmi un fuori-programma: Bollywood.
Torno verso Taumadhi Square e trovo ancora le riprese: stessi colori, altra gente, stessa energia. A quel punto mi arrendo all’evidenza: Bhaktapur è nata per fare da set. E mentre cammini ti viene spontaneo immaginare una cinepresa dietro l’angolo.
Per pranzo scelgo un posto che è un colpo sicuro: New Nyatapola Cafè, ultimo piano, vista sulla piazza.
Mangio guardando la città vivere sotto di me (e sì, anche guardando le riprese).
Su consiglio di Mahesh prendo il Fried Chicken Cafè Style: riso basmati in versione “torretta”, pollo fatto come si deve, verdure e patatine.

Poi chiudo con lo Yogurt Shikarni, yogurt di latte di bufala con cannella, cocco, uvetta e anacardi.
Sulla carta sembra un mix azzardato, nel cucchiaio diventa una cosa che vorresti ritrovare anche a casa… e non ci riesci.

Quando finalmente arriva il momento di partire, Bhaktapur mi lascia addosso quella sensazione strana: come se avessi camminato dentro una città reale e irreale insieme.
Trasferimento verso Dhulikhel: il Nepal che abbassa il volume
Il viaggio verso Dhulikhel è uno di quei trasferimenti che ti fanno bene: autista gentile, poche parole, strada che si arrampica e pensieri che si sistemano da soli. In certi momenti, il silenzio è un servizio extra.
Poi arrivi e capisci subito la differenza: Dhulikhel non ti intrattiene, ti calma.
È un posto in altura, Newari, con un’aria più pulita e un ritmo più umano.
Qui non hai la sensazione di dover rincorrere la città.
Qui hai la sensazione che la città ti aspetti.
Soggiorno al Lodge Resort per due notti e la sua superpotenza è una sola: la posizione.
Sta in alto e guarda la valle come se avesse il balcone migliore del Nepal.
Quando il cielo decide di collaborare, davanti a te c’è l’Himalaya. Io appoggio la borsa, apro lo sguardo e mi viene da pensare: “Ok, questo posto è una pausa mentale”.
Esco per fare un giro, giusto per “assaggiare” il paese.
Ma la verità è che Dhulikhel non è il posto dove devi fare mille cose: è il posto dove devi fare meno, ma farlo bene.
La sera scelgo la cosa più sensata: cena in hotel.
Buffet con opzioni nepalesi e indiane, e il riso basmati che qui sembra avere un abbonamento annuale.
E poi dormo, di quelli che non “riposano”, ma proprio ti resettano.
23 Maggio: Namobuddha e Panauti (il giorno che ti rimette in prospettiva)
La mattina dopo la colazione è servita al tavolo.
Io vado dritto al sodo: pancake e tè semplice (ho imparato).
Il cameriere però decide che io non sto mangiando abbastanza e mi porta anche frutta, yogurt, marmellata e cereali: una colazione che non ti chiede come stai… te lo impone.

Si parte per Namobuddha, e già la strada fa la sua parte: campagne, colline, il Nepal più quieto.
Arrivati, l’atmosfera cambia di nuovo: bandierine di preghiera, mulini, scalini, spazi che sembrano fatti apposta per farti camminare con più attenzione.

Nel tempio si entra scalzi e non si fanno foto.
E va benissimo così, anzi, è quasi un sollievo: per una volta non “prendi” il posto con la fotocamera, lo prendi con gli occhi.
Namobuddha è uno di quei luoghi che ti fanno abbassare la voce senza che nessuno te lo chieda.
Ti muovi, osservi, senti e anche se non sei la persona più mistica del pianeta, qualcosa ti resta: forse perché qui la spiritualità non è marketing, è routine.
Dopo si scende verso Panauti, villaggio Newari con un’anima tranquilla e una zona templare che ti accoglie senza sforzo.
Templi, scorci, un Nepal quotidiano che non “fa scena” ma è autentico.
È il tipo di posto dove ti viene voglia di sederti cinque minuti e guardare la gente passare e in Nepal, quei cinque minuti valgono tanto quanto un monumento.

Poi si rientra a Dhulikhel, e la giornata si chiude com’era iniziata: con un ritmo umano.
Cena, riposo, aria fresca e la sensazione che questi due giorni siano stati un intermezzo perfetto prima del ritorno a Kathmandu.

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