Dhulikhel mi aveva quasi convinto di essere diventato una persona zen: aria buona, silenzi, panorama che ti rimette in ordine i pensieri anche se non glielo chiedi.
Poi arriva il momento più innocente del viaggio: “torniamo a Kathmandu”.
In Nepal, “innocente” è una parola che dura poco.
24 Maggio: La partenza, quel minuto in cui sei ancora ottimista
Scendo dopo colazione per incontrare l’autista e non lo vedo nel parco dell’hotel.
Lo trovo nel parcheggio, impegnatissimo a caricare la mia valigia… sul sedile posteriore, non nel bagagliaio, sul sedile.
Mi sembra una scelta creativa, ma mi dico: “Ok Simone, respira, qui avranno le loro abitudini“.
Prima di partire fa una telefonata e poi mi passa il cellulare: è Mahesh, con la voce seria.
Mi dice che l’autista ha “dei problemi… di strega”.
Io, da occidentale razionale, traduco immediatamente in “colpo della strega”, lombalgia, mal di schiena, e collego la cosa alla valigia piazzata dietro: “Ecco, non riesce a chinarsi“.
Spoiler: no.
Facciamo due chilometri e lui si ferma.
Scende dall’auto e inizia una scena che non avevo nel programma: gesticola, urla, guarda verso l’alto come se stesse litigando con qualcuno invisibile.
Dieci minuti buoni, poi risale, si siede, mette in moto e riparte… come se avesse appena finito di pagare un parcheggio.
Io sto fermo, zitto, e inizio a dubitare della mia traduzione “colpo della strega”.
Passano pochi minuti e… secondo stop.
Stessa identica scena.
A quel punto nella mia testa parte una riunione urgente: ridere, scappare, pregare… non vince nessuna.
Lui richiama Mahesh e mi ripassa il telefono.
Stavolta il quadro si completa: secondo l’autista due streghe lo hanno “preso” durante la notte.
Mahesh gli dice di aspettare fermo, che ci raggiunge.
L’autista annuisce… e fa l’unica cosa che non doveva fare: riparte verso Kathmandu con me a bordo.
Da lì in poi il trasferimento diventa una specie di film surreale: accelerazioni improvvise, rallentamenti drammatici, ripartenze nervose… finché succede l’umiliazione definitiva: le biciclette ci superano.
Non “una volta”, proprio ci passano davanti, pedalando con quella calma che io in quel momento avrei pagato per noleggiare.
Arriviamo finalmente a Kathmandu e lui è in modalità “allarme”: suda, urla, dice di avere un fuoco dentro il corpo.
Io provo a gestire la cosa da essere umano adulto: “Fermati, respira, aspettiamo Mahesh“.
Provo a chiamarlo… e ovviamente è il momento perfetto per l’ennesima legge del viaggio: telefono scarico, credito zero, universo che ride.
Fermo un passante e gli chiedo di chiamare Mahesh al posto mio, cercando di spiegare tutto senza sembrare un personaggio fuggito da un documentario strano.
E proprio in quel momento li vedo: Mahesh arriva in moto a bordo con il cognato.
Una benedizione vera, non metaforica.
Mahesh corre verso il mio hotel, io continuo il tragitto con il cognato alla guida e l’autista “posseduto” dietro.
E quando penso “ok, adesso è finita…” al primo semaforo l’autista apre la portiera e scappa di corsa.
Io rimango seduto immobile, con un pensiero solo: “Questo viaggio verrà raccontato finché avrò amici disposti ad ascoltarmi“.
Una volta rientrato, ho bisogno di riprendermi, non “riposo”, proprio reset.
E qui arriva la parte che mancava: perché dopo l’assurdo, Kathmandu ti fa il suo regalo più classico, ti porta in alto.
Kathmandu, versione “si sale”: Swayambhunath (Tempio delle Scimmie)
Dopo tutto quel circo su quattro ruote, Mahesh decide che l’unico modo per rimettere a posto la giornata è portarmi a Swayambhunath, il famoso Tempio delle Scimmie, che guarda Kathmandu dall’alto come un faro spirituale… con le scimmie come servizio di sicurezza non richiesto.

La salita è già un’esperienza: puoi farla “da pellegrino” (con la scalinata) oppure arrivare dal lato più comodo e risparmiarti la parte atletica. Io guardo i gradini e penso che, dopo l’autista posseduto, ogni scelta che riduce i rischi è una scelta saggia.
Su in cima è un labirinto sacro: stupa, piccoli templi, altari, ruote di preghiera che tintinnano, dettagli ovunque.
E poi loro, le scimmie, che si muovono come se avessero il pass VIP e tu fossi l’ospite temporaneo.
Il panorama su Kathmandu è uno di quei momenti in cui la città, per un attimo, smette di essere caos e diventa “mappa”, la vedi stendersi sotto, capisci quanto è grande e quanto è viva.
E io, con tutta la sincerità del caso, penso:
“Ok Nepal, mi hai quasi buttato giù dal mentale… però poi mi hai portato qui sopra. Pari e patta“.
Dritta rapida (da sopravvivenza, non da guida)
A Swayambhunath:
- occhio a cibo e oggetti: le scimmie sono velocissime
- scarpe comode (la salita “pesa” più del previsto)
- prenditi 10 minuti solo per guardare Kathmandu dall’alto: vale più di 30 foto
Se questa giornata ti ha fatto ridere e tremare insieme, ti mando volentieri un sampler gratuito in PDF del mio libro.
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Prossime tappe della serie Nepal
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